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Raccolta fondi per la Birmania
Il
ciclone Nargis che lo scorso 3 maggio ha investito in Birmania la
regione del delta dell‘Irrawaddy, ha provocato pił di 200.000 morti
e oltre un milione di sfollati che hanno perso tutto, la casa, il
villaggio, il lavoro. Molti di loro anche la famiglia.
Raccogliendo l’appello del Santo Padre e della Chiesa locale attraverso il Nunzio Apostolico e l’Arcivescovo di Yangon in favore della popolazione della Birmania colpita della tragedia, AVSI, che già assiste diverse opere educative in due diocesi birmane nella regione centro orientale del Paese (area fortunatamente non colpita dal ciclone), lancia una campagna di raccolta fondi per assistere la popolazione vittima della catastrofe.
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Fin dai primi giorni del disastro, AVSI ha preso contatto con la Chiesa locale che, coordinata dalla diocesi di Yangon, ha assistito immediatamente la popolazione colpita dal ciclone grazie ad una capillare rete di soccorsi, formata da pił di 300 volontari, che fa capo alle quattordici parrocchie della zona sinistrata, distribuendo gli aiuti di prima emergenza.
Vicino ad ogni parrocchia si sono creati dei campi spontanei di sfollati che dipendono totalmente dai soccorsi, ma che insieme si danno anche coraggio: si tratta di parecchie migliaia di persone. I bisogni sono immensi e per rafforzare l’efficacia degli aiuti e sostenerne l’operatività nel tempo, AVSI ha costituito un pool di professionisti e tecnici birmani che ha messo a completa disposizione del centro di coordinamento guidato dalla Chiesa Cattolica locale.
Alcuni operatori educativi di AVSI, che solitamente lavorano al nord, dove il ciclone non ha recato danni, si sono infatti spostati a Yangon per partecipare al lavoro di assistenza e distribuzione degli aiuti.
Naturalmente il lavoro dei soccorsi deve svolgersi con estrema cautela per non contravvenire alle direttive nazionali, in modo da non compromettere l’efficacia dell’intera operazione.
Gli effetti del ciclone Nargis sono stati devastanti. La regione del delta dell’Irrawaddy, maggiore fiume del Paese che lungo il suo corso di oltre 2.000 chilometri permette la vita di 30 milioni di birmani, ha riportato danni enormi. Un muro d’acqua alto tre metri e mezzo ha spazzato via tutto quello che esisteva lasciandosi alle spalle morte e macerie. Immense distese di fango e acqua, edifici sventrati, imbarcazioni rovesciate o trascinate sulle strade o sugli alberi dalla forza combinata del vento e dell’acqua, interi campi invasi dalle acque salmastre e dal fango. Nel cuore del delta, Bogalay era solo uno dei tanti centri abitati distribuiti tra risaie, residui di foresta e paludi. Distrutte molte delle già fragili arterie di comunicazione che collegavano la zona ai villaggi sul mare, dove nuove e timide iniziative turistiche stavano cercando di portare lavoro e speranza per il futuro.
Riconosciuta fino agli Anni Sessanta come “risaia dell’Asia”, oggi il Delta dell’Irrawaddy è completamente in ginocchio. Le massicce distruzioni delle scorte alimentari e la salinizzazione dei terreni agricoli provocate dal ciclone Nargis, rischiano di avere un effetto devastante sulla già provata agricoltura locale. Il numero dei senzatetto e di coloro che hanno bisogno di tutto, come acqua potabile, cibo e medicine, sembra crescere ogni giorno. Tra loro ci sono soprattutto donne e bambini.
La maggioranza della popolazione colpita dal ciclone è di etnia Karen. John è uno degli sfollati che il personale di AVSI ha incontrato sul delta del fiume. Un suo amico gli aveva mandato una poesia da un campo di rifugiati in Thailandia e ce l’ha fatta leggere. Sembra quasi una profezia, ma che incoraggia la speranza.
“They call us a displaced people,
But praise God; we are not misplaced.
They say they see no hope for our future,
But praise God; our future is as bright as the promise of God.
They see they say the life of our people is misery,
But praise God; our life is a mystery.”
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